La storia di Gino Girolimoni non è semplicemente la storia di un gravissimo e accertato errore giudiziario.
E’ molto ma molto di più. Contiene ingredienti classici delle storie di malagiustizia quali il pregiudizio, l’isolamento, la solitudine. E’ macchiata dal perpetuarsi, anche a distanza di 80 anni, di un terribile e indelebile marchio.
Gino fu arrestato il 9 Maggio 1927. Accusato di aver martoriato 7 ragazzine.
Eppure un eroico magistrato, il giudice istruttore Rosario Marciano, a dieci mesi dall’arresto di Gino, accortosi subito che l’indagine svolta era un misero coacervo di scialbi teoremi e di squallidi pettegolezzi, provvide tempestivamente a scarcerarlo.
Eppure un intrepido poliziotto, Giuseppe Dosi, calcò mirabilmente tutte le piste investigative possibili per aiutare Girolimoni, da lui ritenuto più che innocente, e per incastrare il presunto “vero mostro” (che lui vedeva nel pastore anglicano Ralph Bridges).
Quasi sempre, chi si trova a rivestire il ruolo di imputato (colpevole o innocente che sia) ha da ridire sul comportamento, spesso unidirezionale, della magistratura e della polizia nel corso delle indagini, denunciandone i metodi, l’accanimento, a volte gratuito, lamentandosi in generale dell’operato.
A Gino Girolimoni, caso più unico che raro, accadde l’esatto contrario: bbe un magistrato e un poliziotto lucidi, capaci di sopportare il peso di un’opinione pubblica forcaiola e di rovesciare completamente le sorti di un’indagine fallace sotto ogni punto di vista.
Ebbe, cosa ancora più importante, al termine del tragico percorso giudiziario, una nitida sentenza di assoluzione.
Gino fu, dunque, riconosciuto innocente. Ma non bastò.
La storia di Girolimoni non è la semplice storia degli strascichi sociali, familiari ed emotivi che, di norma, conduce l’esser stati anche solo sospettati di un delitto orrendo. La morte civile di chi è additato per colpe non avute. Il senso di esclusione sociale.
E’ molto, molto di più.
Girolimoni, nonostante la sua innocenza fosse già nitida dal giorno del suo arresto e nonostante questo nitore fosse balzato agli occhi di magistratura e polizia, confluendo, poi, in una sentenza definitiva di assoluzione, ebbe la vita spezzata: da uomo apprezzato qual era, divenne presto una sagoma abietta, scansata a vista e rimase sempre più isolato, privato di affetto, vinto. Morì in completa solitudine nel 1961.
Il suo nome divenne, nel corso degli anni, un brutale sinonimo, un turpe attributo, un offensivo uso linguistico. Ancora oggi, infatti, per indicare chi manifesta preferenze sessuali per ragazzine molto più giovani, si usa spesso dire che è “un Girolimoni” perpetuando la negazione della giustizia nei confronti di un povero innocente.
Ed è contro questa sedimentata ingiustizia della parola e della memoria che noi intendiamo oggi mobilitarci, con una comunicazione minima, musicale, bisognosa di vasta interlocuzione. Vogliamo che ciascuno “sia voce” attiva per sgretolare questo clamoroso equivoco della memoria e restituire a un povero innocente, al suo nome degno di memoria, la vera autentica giustizia. La giustizia del ricordo.